Jan Wiktor Sienkiewicz

"Quo vadis?" 85 years from the death of Henryk Sienkiewicz (1846-1916)


Ho avuto modo di vedere un’altra volta ancora la riduzione cinematografica hollywoodiana, ormai storica in quanto appartenente ai classici della storia del film, del romanzo di Henryk Sienkiewicz "Quo vadis?", trasmessa ai telespettatori italiani dalla RAI negli ultimi giorni di agosto 1996. E’ solo una felice coincidenza, o forse una testimonianza di ricordo che la televisione italiana ha offerto in omaggio allo scrittore polacco nel 150° anniversario della sua nascita? L’anniversario che in Polonia ha dato lo spunto al cosiddetto "Anno di Sienkiewicz", festeggiato nel 1996, finalizzato a ricordare e ad avvicinare la figura e lo straricco retaggio dello scrittore lasciato dall’autore dei capolavori scritti "affinché i polacchi si facciano animo". In questo anno, la Polonia sta aspettando il nuovo film "Quo vadis?" – polacco (registrato per Jerzy Kawalerowicz). Come sarà? – lo vedremo a fine anno.

Non sarà certo esagerato affermare che ogni abitante del paese sul fiume Vistola, compreso quello della generazione più giovane, conosce il nome di Henryk Sienkiewicz e lo associa subito con il più grande creatore della prosa polacca e mondiale, autore – tra l’altro – dei romanzi storici compresi nel ciclo detto "La Trilogia" che ritrae il pittoresco quadro della vita e degli eventi storici nella Polonia del Seicento; di "Cavalieri Teutonici" in cui viene descritto il combattimento della prode cavalleresca Polonia contro l’Ordine dei Cavalieri Teutonici; di "Janko Muzykant" ("Giovanni il Suonatore") e di "Bartek zwyciêzca" ("Bartek il Vincitore") – romanzo sulla sorte contadina; "Rodzina Po³anieckich" ("I Po³aniecki") che presenta il quadro della famiglia polacca aristocratica contemporanea allo scrittore, e soprattutto di "Quo vadis?", il romanzo ambientato all’epoca di Nerone, una suggestiva visione del crollo dell’impero romano.

Fu questo romanzo ad aggiudicarsi nel 1905 il premio Nobel, il primo nella storia della letteratura polacca. Fu con questo romanzo che lo scrittore polacco Henryk Sienkiewicz si fece conoscere (probabilmente meglio che non dai nostri contemporanei) dalle cosiddette "generazioni più anziane" dei lettori italiani. "Quo vadis?", se non vado errato, e’ stato nel canone delle letture obbligatorie e appunto nelle scuole italiane.

Chi era quell’Enrico Sienkiewicz, detto così dagli italiani, il quale si conquistò la rinomanza mondiale anziché con i romanzi storici ritraenti la patria polacca, con un’opera che presenta il quadro del nascente cristianesimo nella Roma antica? Come era quello scrittore del nord, ovvero – come direbbero gli italiani di oggi – "dei paesi lontani", che nel suo "Quo vadis?" seppe creare a perfezione il quadro storico, orgoglioso com’era, da una parte, e il cristianesimo pieno di umiltà e fiducia; fra l’egoismo e la carità; fra lo sfarzo provocatorio ostentato dal palazzo cesareo e l’assorta quiete della catacombe?

Henryk Sienkiewicz nacque sulle terre polacche il 5 maggio 1846, alla corte di famiglia nel paese detto Wola Okrzejska, appartenente al nonno materno. Uso appositamente l’espressione "sulle terre polacche" ricordando al lettore italiano, che a partire dall’ultima (terza in ordine) spartizione della Polonia compiuta dalla Germania, Austria e Russia nel 1795 sino alla fine della I° guerra mondiale nel 1918, la Polonia non esisteva ancora sulla carta mondiale. Per molti altri polacchi e cosi’ anche per Sienkiewicz la casa nativa costituiva il luogo dove conoscere i veri fatti dalla propria stirpe e della patria. Qui, dai genitori, nonni e cugini riceveva la lezione della storia del perenne combattimento della Polonia contro i Germani, Tartari, Cavalieri Teutonici, Svedesi, Russi o Prussiani per conservare la propria indipendenza, libertà ed esistenza nazionale. La lotta per l’indipendenza della patria aveva anche coinvolto i parenti più stretti di Sienkiewicz. Basti ricordare che nel 1871 in Francia nei pressi di Orleans, combattendo nell’esercito di Garibaldi, e’ caduto il fratello maggiore di Henryk, Kazimierz Sienkiewicz. Lo scrittore conosceva fin troppo ben il prezzo che toccava di pagare alle famiglie polacche per la speranza della libertà da riconquistare.

Finita l’età infantile e la stagione del lavoro come precettore, come insegnante nella casate dei nobili, nell’anno 1866 Henryk Sienkiewicz "pieno di ripugnanza e sdegnatosi coi logaritmi e l’algebra" dette l’esame di maturità nel quarto Ginnasio Varsaviano e dovette scegliere l’indirizzo di studi superiori che – secondo quanto desiderava la di lui madre – "gli assicurerebbero da mangiare in avvenire". Dapprima, nella Scuola Centrale di Varsavia, si iscrisse al dipartimento di giurisprudenza, in seguito di medicina, ma finì per laurearsi alla facoltà di lettere che aveva sognato fin dall’inizio. "Le lettere – usava dire lo stesso Sienkiewicz – e’ la disciplina fatta quasi per me: ci vogliono solo la memoria e la fandonia, due doti che credo di avere entrambe". La "professione" che Sienkiewicz conseguì non esaudì all’epoca il sogno materno.

Nel periodo studentesco varsaviano, Henryk Sienkiewicz esordì in quanto recensore nelle lettissime riviste quali "Przeglad Tygodniowy" ("La Rassegna Settimanale"), e "Tygodnik Ilustrowany" ("Il Settimanale Illustrato"), diventando poco dopo anche un noto articolista della "Gazeta Polska" e "Czas" ("Il Tempo") dove usava i suoi articoli con lo pseudonimo "Litwos". Uscito il primo romanzo "Na marne" ("Invano"), comincio’ a uscire a puntate la storia dei protagonisti della sua "Trilogia": "Potop" ("Il Diluvio"), "Ogniem i mieczem" ("A fuoco e ferro"), nonché "Pan Wo³odyjowski" ("Il signor Wo³odyjowski"). Le stesse presto divennero una lettura diffusa in Polonia, fonte di rincuoramento e speranza di indipendenza e liberazione dalla schiavitù nazionale.

Nella sua vita adulta, Henryk Sienkiewicz, essendo alla ricerca di sempre nuova ispirazione per il suo lavoro d’artista, ripercorse – senza esagerazione – il mondo intero. Visse e fece molti viaggi in Russia, Germania, Francia, Svizzera, Grecia, Turchia, Egitto, Indie e Stati Uniti.

Però il paese dove ritornava il più spesso e con maggior piacere era l’Italia. La conosceva alla pari del suo paese nativo: Milano, Venezia, Roma, Napoli, Genova e Nervi, e molte altre ancora città gli erano altrettanto vicine come Cracovia o Varsavia. La prova vistosa di quell’amore per la patria di Dante, Petrarca e Michelangelo la si può ritrovare tra l’altro nel racconto intitolato "Na jasnym brzegu" ("Le chiare sponde") il cui protagonista proferisce queste parole: "E come si potrebbe non amare Italia? (…) Io credo che ogni uomo abbia due patrie; l’una è la sua personale, più vicina, e l’altra: Italia".

L’Italia diede lo spunto e ispirò lo scrittore a scrivere "Quo vadis?". In occasione delle sue numerose permanenze a Roma, Henryk Sienkiewicz visitava spesso e con molto scrupolo il Foro Romano. Poco prima di iniziare la stesura di "Quo vadis?", in primavera del 1893, prese domicilio all’hotel in via Bocca di Leone. Gli faceva da guida il famoso pittore polacco Henryk Siemiradzki, vissuto da molti anni nella Città Eterna, autore di tele su temi storici, tra cui gli argomenti risalenti all’epoca del dominio di Nerone. Fu Siemiradzki, in una delle camminante comuni per Roma, a condurre Henryk Sienkiewicz attraverso la via Appia Antica all’angolo di via Ardeatina dove gli mostrò una cappellina nel cui ammattonato v’era un pezzo della vecchia strada con l’impronta del piede. D’accordo con la vecchia tradizione storica, fu qui che Cristo avrebbe incontrato Pietro in fuga da Roma e risposto al quesito "Domine, quo vadis?". Fu allora – ricorderà anni dopo lo scrittore – "che mi venne l’idea di scrivere un romanzo ambientato in quell’epoca, e per approfondire la storia e il clima della Roma dell’epoca, ripercorrevo la città sul Tevere con Tacito in mano".

Nel vedere la riduzione cinematografica americana di "Quo vadis?", o addentrandosi più attentamente nella lettura di una delle numerose edizioni italiane del romanzo, pochi indovinerebbero che l’opera che hanno davanti fosse in un certo senso ispirata dalla situazione politica in Polonia contemporanea a Sienkiewicz. Nel primo Novecento, quando "Quo vadis?" batteva oramai – tra l’altro in Francia – record di popolarità, Henryk Sienkiewicz spiego’ a un critico francese "Certamente le persecuzioni inflitte ai polacchi sotto il giogo della Prussia, ed in particolare sotto la dominazione della Russia, hanno sensibilmente influito sul mio proposito di scrivere quel libro". E al professor Morawski, autore della dissertazione "Petronius arbiter" scrisse Sienkiewicz: "I miei Ligi li ho presi per il fatto abitavano fra l’Oder a la Vistola. Mi faceva piacere pensare che Ligia fosse polacca". Mentre nel progettare il lieto fine dell’affetto di Petronio e Ligia aggiunse: "Unirò ambo i convertiti, perché così conviene, affinché almeno nella letteratura vi sia più misericordia e felicità che non in realtà. Così i libri possono essere la consolazione della vita, come una volta lo era filosofia".

Quel romanzo, che batté i record mondiali del numero di traduzione, annoverando – fra una cinquantina di versioni linguistiche – anche l’edizione persiana, araba e giapponese, fu compiuto in meno di tre anni. Il 18 febbraio 1896, questa volta a Nizza, Henryk Sienkiewicz scrisse le ultime parole del suo "Quo vadis?". "E così trapassò Nerone, come passa il vento e la tempesta, fuoco, guerra o gelo, e la basilica di San Pietro domina fin allora dalla vette del Vaticano, sulla città e sul mondo".

A nove anni dalla conclusione del manoscritto, il 10 dicembre 1905, la Regia Accademia svedese di Stoccolma riconobbe a Henryk Sienkiewicz il premio Nobel per la letteratura. Lo scrittore ritirò il premio in compagnia, tra l’altro, di Robert Koch, batteriologo tedesco, scopritore del bacillo della tubercolosi e della baronessa Bertha Von Suttner, vincitrice del premio Nobel per la pace.

Carl David Af Wirson, segretario della Regia Accademia si Stoccolma aprì la sua allocuzione rivolta a Henryk Sienkiewicz, prima di consegnargli il premio, con queste parole: "Vi sono dei geni in ogni popolo che ne assorbono lo spirito. Loro rappresentano il carattere di quella nazione agli occhi del mondo. Coltivano i ricordi del passato della nazione, per ispirargli fiducia per l’avvenire. Sono come querce – la loro ispirazione e’ radicata profondamente nella storia, mentre la chioma stormisce nei venti del giorno di oggi. Tale esponente della letteratura e dello spirito nazionale è il personaggio che l’Accademia Svedese ha voluto premiare col premio Nobel. Egli è qui con noi. E’ Henryk Sienkiewicz".

Dobbiamo ricordare che all’epoca – nell’aula della Regia Accademia – Henryk Sienkiewicz, che come pochi sapeva vivere per la sua Polonia, nel ritirare per "Quo vadis?" il primo premio Nobel nella storia della letteratura polacca, pronunciò il discorso nella qualità di cittadino del paese che non esisteva sulla carta mondiale, eppure vivo. Lo scrittore disse allora: "(…) questo onore, a tutto prezioso, quanto più prezioso diventa per il figlio della Polonia!… La dicevano morta, mentre questa è una delle mille prove che essa vive! … La dicevano incapace di pensare e lavorare, mentre questa è la prova che essa opera! … La dicevano sconfitta, ed ecco la nuova prova che essa sa vincere! … (…) Dunque, per questo riconoscimento, non della mia persona – perché il suolo polacco è fertile e non mancano scrittori che mi superano – bensì per il riconoscimento del mio lavoro e delle forze creative polacche, io – essendo Polacco – ringrazio sinceramente e cordialmente Voi, Signori membri dell’Accademia, che siete espressione suprema del pensiero e degli affetti della Vostra generosa nazione".

Oggi, a 85 anni dalla morte di Henryk Sienkiewicz, chi volesse cercare le sue tracce in Italia, nella Roma stessa con facilità trova sul muro dell’hotel in via Bocca di Leone la lapide commemorativa murata nel 1966 (nel cinquantesimo anniversario della morte di Sienkiewicz) con la seguente dicitura: "Henryk Sienkiewicz, scrittore e patriota polacco, epico narratore delle eroiche gesta della sua nazione, re del romanzo "Quo vadis?", premio Nobel per la letteratura, dimorò in questo albergo nell’anno 1893, nel cinquantenario della sua morte, Polacchi ed Italiani posero". Il nome dello scrittore fu dato anche a una delle piazza della famosa Villa Borghese. V’è, sempre nella capitale, un’altra piazza ancora, battezzata col nome dello scrittore – in via Porta Pinciana.

Ancora nella vita di Henryk Sienkiewicz, e a maggior ragione oggi, sapeva che il detto latino "quo vadis?" per lo scrittore era alla volta una domanda e una risposta. Egli desiderava andare, pervenire, giungere, voleva essere in "quella sua patria più divina" – la prima delle due patrie che aveva. Desiderava arrivare nella libera Polonia.

Nel 1915, durante prima guerra mondiale, il Nobel polacco annunciò a Vevery in Svizzera "L’Appello ai popoli civili" esortandoli a soccorrere la Polonia, che era da 110 anni sotto la dominazione straniera. L’autore di "Quo vadis?", capeggiando il Comitato Generale Svizzero di Assistenza delle Vittime della Guerra in Polonia gridava allora: "Pane e tetto per il popolo polacco, perché esso possa raggiungere la primavera della rinascita". Henryk Sienkiewicz morì il 15 novembre 1916 nell’hotel Du Lac nella città svizzera di Vevery, pronunciando le sue ultime parole: "Io non potrò più vedere la Polonia indipendente". Infatti, solo dopo il 1918 la Polonia divenne libera.

La spoglia di Henryk Sienkiewicz, a sei anni dalla sua morte (autunno del 1924), vennero portate via Vienna, Praga, Katowice e Czestochowa in Varsavia. Il 27 ottobre dello stesso anno, la bara con le spoglie del più celebre scrittore polacco fu deposta nel sottosuolo della Cattedrale di Varsavia. Il genio polacco raggiunse così la sua patria libera, come appagato, avendo infine la risposta alla domanda "Quo vadis?".

Jan Wiktor Sienkiewicz
Professore di Storia dell’Arte presso Istituto di Storia dell’Arte Università Cattolica di Lublino in Polonia.

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