Values and Criteria in Heritage Preservation
1st - 5th March 2007
  Promoted by:
Romualdo Del Bianco Foundation
Palazzo Coppini Via del Giglio, 10
50123 – Florence (Italy)

info@fondazione-delbianco.org

Author : Mr. Marco Dezzi Bardeschi



Firenze, 3 marzo 2007, Auditorium al Duomo
Promosso dalla Fondazione Romualdo Del Bianco
SEZIONE 3-AUTENTICITA’: L’ECCEZIONALE FILOSOFIA ITALIANA

IL VALORE DISCRIMINANTE DELL’AUTENTICITA’
NEL DIBATTITO SUL RESTAURO PRIMA E DOPO NARA

di Marco Dezzi Bardeschi

La via italiana al restauro, ripetutamente confermata dalle Carte ha sempre condannato senza appello ogni risorgente suggestione retroattiva al ripristino. I documenti confermano, da Boito (1883), a Giovannoni (1932), a Pane-Gazzola (1964) alla Carta del 1972 ed ai suoi allegati, un esplicito no a qualsivoglia intervento di ricostruzione e di mimesi stilistica: “vergogna ingannare i contemporanei / vergogna ancora maggiore ingannare i posteri” (Boito, 1894).
Con coerenza è stato sempre rinnovato a chiare lettere l’invito a identificare il restauro con una pratica virtuosa di cura e di conservazione dell’esistente. E per quanto riguarda poi il tema dell’aggiunta, quando appunto questa è indispensabile per mantenere in buone condizioni di utilizzo e di efficienza di prestazioni il manufatto oggetto dell’intervento, con l’indicazione di risorverla in una testimonianza diacronica di oggi contrassegnando “modernamente le opere del passato in ossequio alla poetica dell’architettura contemporanea” (Carbonara, 1996).
Secondo una buona convergenza di dottrina e di Scuole il restauro si identifica sempre più chiaramente da noi come espressione della cultura e della pratica di rispetto e di conservazione dell’esistente, la quale è portata a dialogare e a interagire con la cultura del progetto del nuovo.
La via italiana ha sempre confermato senza esitazioni “il ripudio del ripristino retrospettivo” condannato come “la peggiore eresia del restauro che presume la reversibilità del tempo e l’abolizione della storia”, sostenendo di conseguenza l’opportunità di tenersi al minimo intervento (“il restauro è un’operazione del tutto eccezionale”) che si accompagna alla sua distinguibiltà, alla sua potenziale reversibilità e all’elogio della manutenzione, nel suo significato etimologico del manu tenere, intesa cioè a garantire la massima permanenza di componenti e di parti materiali al contesto.
Questo non sembri superfluo ripeterlo in anni di sorprendente abbassamento del livello della qualità d’ascolto del nostro patrimonio diffuso, in cui assistiamo, con sempre maggiore indifferenza verso i valori dell’irriproducibile eredità materiale arrivata fino a noi, ad estemporanee quanto sconsiderate riproposizioni e ricostruzioni analogiche di monumenti perduti che appagano solo le miopi e superficiali attese di un turismo di massa e di basso profilo consumistico, sostanzialmente disinteressato a far distinguere l’originale da una sua copia approssimativa e il valore di testimonianza storica di un documento autografo dalla sua pallida replica in immagine.
L’attrazione fatale per la forma compiuta è ancora oggi a sorpresa il grande cavallo di Troia di molti storici apparentemente insospettabili, come accade in questi giorni proprio qui a Firenze con la velleità di completare, non importa se ora per allora (riscoprendo a giustificazione il termine di “esecuzione differita”), la da sempre incompiuta facciata di San Lorenzo, stavolta prendendo a pretesto il ritrovamento di un vantato frammento di una presunta colonna di Michelangelo (a quando magari l’ulteriore falso problema di dare forma compiuta anche al celebre non-finito dei suoi Prigioni dell’Accademia?). In tali chiassosi, antistorici tormentoni un tempo degni di Cuvier, che da un dente pretendeva di ricostruire un intero dinosauro, i quali comunque fanno l’allegra notizia dei mass-media distraendo dai nostri attuali concreti doveri etici e tecnici, rischia di ristagnare l’impegno diretto alla cura e all’uso corretto delle risorse costruite.
“Tutto ciò – ripeterò con Carbonara- esclusivamente per rammentare come sia incerta e fallace la pretesa non solo di ‘conoscere’ il passato, ma anche -a maggior ragione- quella di poterlo riprodurre à l’identique”.
Sicuramente un valido antidoto a queste certo non innocenti divagazioni à rebours nel passato è proprio costituito da un approfondimento dell’operante nozione di autenticità materiale. In effetti il concetto di autenticità, richiamato più volte nella stessa formulazione della Carta di Venezia (1964), come ha osservato Michel Parent, “appariva naturalmente chiaro, significando (esattamente) il contrario di tutto quanto si era fatto fino ad allora soprattutto in Europa, in termini di ripristino con modalità ancora tardo-stilistiche”.
La via maestra imperativa del “conservare, non restaurare” proclamata a gran voce da Hugo, Ruskin, Morris, Riegl e Dehio trovava e trova nella nozione di autenticità il suo fondamentale e più decisivo referente.
Nella considerazione che l’architettura è, come tutte le altre espressioni dell’attività creatrice dell’uomo, un’arte autografa, non allografa, dunque non riproducibile senza perdere il proprio specifico significato che la individua in modo inequivocabile nella materia e nel tempo (il “qui e ora” di Benjamin).
Scatta così il distinguo fondamentale che separa un documento dalla sua replica. Contraffatto è quell’oggetto – scriveva Goodmann nel 1968, citato dall’Umberto Eco de I limiti dell’interpretazione, 1990 – “ che pretende di avere la storia di produzione dell’originale”. E’ proprio di fronte a tale pretesa che scatta infatti il fatale risentimento del fruitore per l’inganno dell’occhio perpetrato a sue spese da ogni oggetto “prodotto con l’intenzione di far credere a qualcuno che è indiscernibilmente identico a un altro considerato unico” (Eco).
Dodici anni fa in vista della Conferenza di Nara sull’autenticità in relazione al patrimonio culturale mondiale, Roberto di Stefano promosse una giornata internazionale di studi sul tema autenticità e patrimonio monumentale nella quale si chiarì la posizione italiana che contestava la nozione di autenticità formale, e a quegli atti rimando.

La radice di autentico/autenticità (da autòs = da sè) riposa sul carattere identificante della mano e dunque rimanda ad una serie di azioni materiali fatte da un autore o artefice che operando produce segni fisici autografi, testimoni materici i quali possono in ogni momento essere attestati, certificati, ossia appunto autenticati.
Ma l’autenticità non è una presunta invariante originaria, appiattita cioè sul tempo-zero delle origini, una sorta di dote primigenia astratta e surrettizia, legata ad un universo di forme archetipiche immateriali e come tale insensibile allo scorrere del tempo. Una tale forma iconica di autenticità (formale) sarebbe incapace di cogliere la differenza che intercorre fra un originale (ad esempio un disegno di architettura d’autore) e una sua replica, la differenza cioè che corre fra un documento storico ed un qualunque suo surrogato. La nozione di autenticità tangibile è una proprietà processuale, dinamica, in continua evoluzione che via via si modifica nel tempo. Tutti gli apporti successivi che la mano dell’uomo ed il tempo depositano sono ulteriori effettivi testimoni di autenticità.
Ho citato ieri nel porgere i saluti ai partecipanti quanto – ripreso da Maria Piera Sette e da Gianni Carbonara (1996) – “scriveva nel 1885 Giacomo Boni con poche, ma chiare parole, che (cioè) il nostro compito (allora come oggi) è (quello) di conservare l’autenticità – e, da buon seguace di Ruskin intendeva quella materiale -, la quale non sarà forse il maggior pregio dei monumenti, ma è la condizione (sine qua non) di ogni pregio ch’essi possano avere”.
Valga, a conferma di tale precoce intuizione il lapidario e noto commento espresso da Walter Benjamin proprio negli stessi anni in cui, da un lato il carattere distruttivo del cosiddetto “restauro”, per dirla con un celebre aforisma di Ruskin, inteso come “peggior forma di distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa distrutta”, sembrava celebrare i suoi più sconsiderati fasti riproduttivi e dall’altro faceva maturare qui in Italia una particolare attenzione alla conoscenza, alla cura e alla permanenza dei materiali con la nascita dei primi laboratori sperimentali prima a Firenze (con l’OPD ed il laboratorio per la conservazione delle pietre (Sanpaolesi/Procacci) poi a Roma (con la nascita dell’ICR).
In un articolo pubblicato nel Journal Parisien (febbraio 1930) che anticipava di sei anni il suo saggio su l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936) Benjamin esprimeva la sua istintiva forte reazione negativa verso ogni tipo di riproduzione. Le foto delle opere d’arte – scriveva – sembrano la fine di ogni fruizione estetica tangibile. E poneva il problema della conservazione e del rapporto fra originale e riproduzione. Il saggio era pubblicato nella rivista tedesca Zeitschrift fur Sozialforschung di Adorno, Horkheimer e Marcuse, che usciva a Parigi ed era stato tradotto in francese con difficoltà con la stessa supervisione dell’autore. Qui ci imbattiamo in un delicato problema di traduzione (come del resto capita anche con il testo delle Carte internazionali e, forse per il testo di questa stessa relazione).
“L’hic et nunc de l’original – scriveva Benjamin – forme le contenu de la notion de l’autenticité ” , una frase che nella più recente traduzione italiana molto bella, ma poco fedele all’originale (curata da Enrico Filippini nel 1966) diventa: “l’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che fin dall’origine di essa può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Perché quest’ultima (la virtù di testimonianza storica) è fondata sulla prima (la sua durata materiale), nella riproduzione in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto questa, ma ciò che prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa”. Riconfrontiamo ora questa traduzione italiana con il testo francese controllato dallo stesso Benjamin. “L’authenticitè d’une chose intègre tout ce qu’elle comporte de trasmissibile de par son origine, sa durèe matérielle, comme son témoignage, reposant sur la matérialité. Elle se voit remis en question par la reproduction, d’où toute matérialité s’est retirée. Sans doute seul ce témoignage est-il atteint, mais en lui est perdue l’autorité de la chose et son poids traditionnel”.
E’ da queste parole che può ben ripartire oggi un’approfondita riflessione e un confronto comune sulla materia dell’autenticità.

Mi piace concludere sottolineando che la nozione dinamica di autenticità materiale è completamente in linea con lo stesso concetto di patrimonio immateriale, così come è espresso dalla Convenzione UNESCO 2003 per la protezione del patrimonio immateriale, dove al patrimonio immateriale è riconosciuto un carattere dinamico, non congelato in una presunta invariante senza tempo, e alla cui definizione identitaria siamo chiamati a contribuire noi stessi e chi viene dopo di noi.


Other Images